Sulle gravi irregolarità nella gestione societaria che legittimano l’intervento del Tribunale ex art. 2409 c.c.

Trib. Roma, ord. 21.07.2020 

 

Massima n. 1

In forza della nuova formulazione della norma (art. 2409 c.c.), la quale fa riferimento all’esistenza di un fondato sospetto di “gravi irregolarità nella gestione” (in ciò differenziandosi dalla precedente versione, la quale richiedeva, invece, la sussistenza di un “fondato sospetto di gravi irregolarità nell’adempimento dei doveri degli amministratori e dei sindaci”), assume rilievo, ai fini dell’adozione da parte del Tribunale delle misure ivi contemplate, non già la violazione di ogni e qualsiasi dovere posto in capo agli amministratori dalle disposizioni legali o statutarie, ma soltanto la violazione di quei doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell’attività di gestione dell’impresa e a determinare il pericolo di danno per la società amministrata o per le società controllate. Da ciò consegue l’irrilevanza della trasgressione di quei doveri gravanti sull’organo gestorio per finalità organizzative, amministrative, di corretto esercizio della vita della compagine sociale, nonché di corretto esercizio dei diritti dei soci e dei terzi.

 

Massima n. 2

Le gravi irregolarità nella gestione rilevanti ai sensi e per gli effetti dell’art. 2409 c.c. devono rivestire i connotati della gravità, dell’attualità e della potenzialità dannosa. Il primo requisito postula l’esistenza di fatti e deficienze specificamente determinati concretantisi in violazioni di norme civili, penali, amministrative, tributarie o statutarie, nonché, in forza del richiamo all’art. 2392, comma I, c.c., in trasgressioni al dovere generale di diligenza nella gestione dell’impresa. Il secondo, invece, presuppone la persistenza dell’attitudine di tali condotte a produrre effetti al momento in cui viene adita l’Autorità Giudiziaria, il cui intervento è, pertanto, precluso laddove l’effetto lesivo della violazione sia oramai esaurito e sia stato rispristinato l’ordine amministrativo. Il terzo postula, infine, l’idoneità delle condotte oggetto di censura a provocare un danno al patrimonio sociale e, conseguentemente, agli interessi dei creditori della società e dei terzi.

 

Massima n. 3

Le gravi irregolarità legittimanti l’intervento del Tribunale ex art. 2409 c.c. devono essere idonee, anche solo potenzialmente, a produrre un danno al patrimonio sociale. Sono, quindi, esclusi, dal novero delle condotte rilevanti tutti quei comportamenti idonei a determinare un pregiudizio unicamente ai singoli soci, ai creditori sociali, ovvero ai terzi. Da ciò discende l’irrilevanza delle censure attinenti al merito (inteso come opportunità o convenienza) delle scelte gestionali, tranne nel caso in cui queste ultime si rilevino irragionevoli o negligenti, ovvero poste in essere dagli amministratori in conflitto di interessi, per tali ultime intendendosi quelle scelte gestionali pregiudizievoli per il patrimonio della società da essi amministrata, ma conformi agli interessi dei soci di maggioranza. E ciò in quanto il limite della c.d. business judgement rule, non opera laddove si tratti di sindacare non tanto l’osservanza del dovere di diligenza (c.d. duty of care), quanto il rispetto dell’obbligo di fedeltà (c.d. duty of loyalty), quest’ultimo compreso tra i doveri richiamati dall’art. 2409, comma I, c.c. e sotteso ai precetti normativi in materia di conflitto di interessi.

 Tribunale di Roma, Sezione XVI Imprese Ordinanza R.G. 18238/2019

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